Che fine hanno fatto gli NFT?

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Che fine hanno fatto gli NFT? Domanda più che legittima, se si pensa alla ribalta che hanno conquistato nel 2022, al clamore che hanno suscitato e alle aspettative che hanno generato.

Una domanda che acquisisce contorni particolari anche alla luce del silenzio assordante di questi ultimi mesi. La verità è che di NFT non se ne parla più, o se ne parla poco. Dunque, che fine hanno fatto? Scopriamolo.

Cosa sono gli NFT

Prima di passare a una riflessione circa il presente degli NFT, è bene fornire una panoramica su questi peculiari asset e presentare sinteticamente i principi su cui si basano, le applicazioni etc.

Gli NFT, Non Fungible Token, possono essere considerati delle rappresentazioni digitali la cui proprietà è sancita e cristallizzata mediante blockchain. Sono token in quanto fanno riferimento alla struttura base delle criptovalute e utilizzano, per l’appunto, la blockchain. Sono non fungibili in quanto, a differenza delle criptovalute medesime, non possono essere usate come strumento di scambio, come mezzo di pagamento.

Gli NFT hanno sono saliti alla ribalta nel tra il 2021 e il 2022, quando la loro struttura ha dimostrato di poter reggere l’urto del mercato e quando sono stati associati in maniera più che simbolica, anzi molto concreta, alla gestione e alla vendita di opere d’ingegno, d’arte e intellettuali. Le caratteristiche degli NFT sembravano infatti concepite per immagazzinare immagini, video, brani musicali, rappresentazioni digitali. Tutto appariva “tokenizzabile”: dalle illustrazioni, alle registrazioni live di concerti, alle canzoni.

In quel frangente, gli NFT parevano annunciare un nuovo modello per la gestione della proprietà intellettuale, un mondo alternativo a quello del copyright e dei diritti d’autore. Ad alimentare questa sensazione, alcune vendite particolarmente riuscite. Per esempio, l’NFT che ospitava un album di illustrazioni del celebre Mike Beeple Winkelmann, di base un semplice JPG, venduto a oltre 69 milioni di dollari.

NFT, crollo verticale?

Purtroppo sì, almeno in apparenza. A certificarlo è la società di analisi Dappgambi, che ha analizzato oltre 73mila collezioni di NFT, studiandone gli scambi. Il campione è importante, anche perché la maggior parte di queste collezioni era ed è a disposizione di piattaforme autorevoli come NFT Scan e CoinMarketCap.

Ebbene, la società ha scoperto che oltre il 79% delle collezioni sono rimaste invendute. Ciò che più conta, le transazioni sono diminuite del 97% solo nel 2023.

Altre ricerche altrettanto autorevoli hanno rilevato, inoltre, che il volume degli scambi, ovvero l’importo complessivo delle vendite, è diminuito dell’89%.

Ma la crisi del mercato degli NFT si riflette anche in ambito lavorativo, generando ripercussioni significative.

Per esempio, Yuga Labs, leader nella produzione di NFT, ha annunciato di recente un’ondata di licenziamenti. Sintomo probabile di un cambiamento del mercato, di un rapido allontanamento verso una condizione di sostenibilità.

Il punto sugli NFT

Possiamo considerare gli NFT come la solita bolla tecnologica fin da subito destinata a implodere? Sì e no.

In realtà, il mercato degli NFT è ancora moderatamente in salute, se si guarda ai soli appassionati. Insomma, si sta trasformando in un mercato di nicchia.

I numeri pessimi delle ricerche che abbiamo appena citato potrebbero avere spiegazioni più complesse.

Senza ignorare le oggettive difficoltà e il tradimento delle aspettative, possiamo ricondurre la pesante contrazione del valore degli NFT e degli scambi anche a una dinamica di tipo… Monetario. Gli NFT si scambiano principalmente con le criptovalute, anzi sono una delle poche applicazioni concrete che le criptovalute possono vantare.

Proprio le criptovalute da un anno a questa parte stanno vivendo una sorta di periodo d’oro, che si esprime con un trend positivo e all’apparenza stabile. Dunque, i possessori di criptovalute tendono a non spendere, a detenere le crypto nel loro portafoglio. Venendo a mancare il mezzo di scambio, sono venuti a mancare anche le transazioni.

Un’altra motivazione, più prosaica, riguarda le dinamiche mediatiche. Come accade sempre più spesso, gli NFT hanno guadagnato una ribalta eccessiva, che non corrispondeva alle reali potenzialità di mercato. Hanno attirato investitori per curiosità, i quali hanno approntamento abbandonato il campo una volta compreso che non faceva per loro.