La Banca d’Inghilterra sta progettando una sua criptovaluta?

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Banca d'Inghilterra

La Banca d’Inghilterra ha in serbo una sua criptovaluta? La domanda è più che legittima, se si pensa alle pressioni che sono giunti da alcune associazioni e attori economici da un lato, e dalle vicende che stanno interessando (sull’argomento) la BCE e l’Unione Europea dall’altro.

Di recente, il massimo istituto finanziario del Regno Unito e il Ministero del Tesoro hanno prodotto una relazione congiunta in cui fanno chiarezza e mettono i puntini sulle “i”. Ecco cosa è emerso.

La relazione congiunta della Banca d’Inghilterra e del Ministero del Tesoro

La Banca d’Inghilterra e il Ministero del Tesoro sono stati interpellati da una petizione popolare che ha coinvolto circa 50.000 persone e che chiedeva informazioni sulla creazione di una criptovaluta istituzionale, sulla scorta dello yuan digitale della Cina e dell’euro digitale (il nome è improprio e provvisorio) a cui la BCE e la UE stanno pensando.

Ebbene, la relazione fuga ogni dubbio. I due istituti non stanno pensando a una criptovaluta istituzionale, a quello che sul web gli analisti hanno già ribattezzato “britcoin”.

Per ora, dunque, le porte sono state chiuse. Nello specifico, con un laconico “Non è stata presa alcuna decisione sull’opportunità di creare una sterlina digitale, o valuta digitale della banca centrale”.

I motivi di questo no sono tecnici e riguardano la sicurezza. E infatti nel documento di legge: “La Banca d’Inghilterra prima di prendere la decisione sull’opportunità o meno di costruire questa valuta si assicurerà della possibilità di progettare una ‘sterlina’ digitale che possa realmente funzionare”.

Insomma, il rifiuto, per ora, di pensare a una criptovaluta istituzionale sarebbe giustificato dai dubbi circa il funzionamento della medesima, dove con “funzionamento” si intende la capacità di operare senza mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini.

La relazione affronta anche un altro argomento, quello del carattere anonimo di una futuribile criptovaluta istituzionale. Ebbene, i due istituti hanno dichiarato che una criptovaluta di questo tipo sarebbe sì provata, ma non anonima, a differenza dei contanti. La precisione si è resa necessaria in quanto i richiedenti avanzavano l’ipotesi di una criptovaluta istituzionale quale sostituto del contante.

L’opinione della Banca d’Inghilterra sulle criptovalute

La chiusura della Banca d’Inghilterra non deve stupire. L’istituto infatti si muove con prudenza quando l’oggetto del contendere è il mondo delle criptovalute. Anzi, spesso la prudenza cede il passo alla perplessità. Un esempio di questo approccio è dato dalle dichiarazioni che il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey ha reso duranto l’incontro del 10 gennaio 2024 con la Commissione Tesoro del Parlamento del Regno Unito.

In quell’occasione ha dichiarato che, nonostante l’approvazione degli ETF, il Bitcoin rimane privo di valore intrinseco. Ha inoltre aggiunto che la tecnologia che fa capo alle criptovalute sta facendo fatica ad emergere. Parole, queste, che non suonano esattamente come un endorsement.

Criptovalute delle banche centrali, un capitolo interessante

La risposta della Banca d’Inghilterra e del Ministero del Tesoro fornisce l’occasione per riflettere su un argomento che sta tenendo banco: il crescente interesse per le criptovalute istituzionali, anche chiamate criptovalute delle banche centrali o CBDC. D’altronde, la relazione dei due istituti è frutto di una richiesta proveniente dal basso, indice che il tema è già permeato nel tessuto economico.

Le criptovalute istituzionali, eccetto rari casi, non sono ancora realtà, ma i progetti che li porteranno alla luce sì. La Cina ha la sua criptovaluta ufficiale, e già in alcune province sono stati varati progetti pilota che la utilizzano come mezzo di pagamento per i dipendenti statali. Il Venezuela c’ha provato con Petro, forse facendo il passo più lungo della gamba, ma ha fallito.

Più compassato il ritmo dell’Unione Europea e della BCE, che hanno prima indetto uno studio preliminare e poi, dopo un paio d’anni, ovvero qualche giorno fa, hanno indetto alcuni bandi per decidere di concerto con le imprese l’architettura della futura criptovaluta europea.

I progetti sono ancora in nuce, ma è palese un interesse da parte delle istituzioni. D’altronde, gli stati che stanno pensando più o meno attivamente a una propria criptovaluta sono più di cento.